Il trainer crea delle esperienze per portare i partecipanti ad una riflessione a caldo. La tecnica è di facilitare l’acquisizione delle nuove tecniche e di stimolare la riflessione sui nuovi contenuti, attraverso debriefing di attività elaborate ad hoc per portare le persone ad intraprendere azioni concrete per la propria crescita.
L’approccio utilizzato dal trainer è di tipo umanistico esperienziale (C. Rogers). Il trainer infatti:
La facilitazione dei contenuti in unità didattiche parte dall’esperienza dei partecipanti e si articola su 6 principali punti:
Dharma utilizza un approccio pluralistico integrato, utilizzando i diversi modelli e teorie in modo funzionale alle peculiari situazioni didattiche per garantire il raggiungimento degli obiettivi concordati.
La psicologia umanistica nasce negli anni '40 e ha come fine la persona umana e il suo sviluppo.
Carl Rogers, uno dei maggiori esponenti nell’epoca moderna, ha una visione dell'essere umano estremamente ottimistica: la persona pienamente funzionante è colui che è aperto alle esperienze, responsabile, costruttivo, creativo, capace di raggiungere le mete innate di indipendenza, autonomia e auto-realizzazione.
Secondo questa ottica il trainer è un vero facilitatore dell’elaborazione delle esperienze dei partecipanti in un clima caldo e accogliente in modo da indirizzare le energie verso la realizzazione delle proprie potenzialità.
Nel contesto formativo questo approccio viene utilizzato soprattutto per le tecniche di sostegno e confronto delle abilità interpersonali e di gestione delle relazioni gerarchiche.
Un moderno filone dell’approccio umanistico esistenziale è la psicologia positiva. Martin E. P. Seligman, che ne è considerato il fondatore, pone l’attenzione su come il pensiero positivo o negativo delle persone possa influenzare il proprio grado di benessere.
Pensare positivamente è abituare la mente a produrre pensieri utili, a cambiare atteggiamento, a trovare un punto di vista più efficace alle situazioni di vita. E’ sviluppare un sano atteggiamento ottimista verso noi stessi e la vita, la fede per cui siamo sicuri che valga la pena fare uno sforzo, la speranza di poter raggiungere un risultato positivo malgrado gli ostacoli che ci sbarrano la strada.
Nell’ambito formativo viene utilizzata la tecnica ABC (Adversity- Belief-Consequences) da lui ideata per contrastare i pensieri pessimistici e non realistici ed acquisire una visione più obiettiva delle esperienze in modo che determinino una sensazione di energia positiva e di efficacia.
L’approccio è spesso utilizzato per lo sviluppo di “competenze strategiche” per far fronte ai momenti critici di transizione e di cambiamenti del contesto organizzativo e del proprio ruolo.
Il comportamentismo si basa sulla teoria del condizionamento classico di Pavlov, secondo cui il carattere delle persone non è altro che una serie di comportamenti che si sono via via strutturati nel corso della propria vita in modo stabile nel tempo ed osservabili in termini di risposte agli stimoli esterni. Secondo l’approccio comportamentale se si vuole comprendere come una persona è, occorre osservare come essa si comporta.
Fondato sul principio della rilevanza delle convinzioni personali nella determinazione del comportamento, l’approccio cognitivo comportamentale di Ellis, suggerisce che il nostro modo di reagire agli eventi, non è il diretto risultato degli eventi stessi ma del nostro modo soggettivo di interpretarli e di valutarli.
Durante il training per lo sviluppo delle competenze questo approccio offre una nuova prospettiva di guardare alla competenza carente non come ad un fatto ineluttabile ed immodificabile ma come ad una modalità comportamentale che può cambiare e migliorare mediante la modifica delle convinzioni che la determinano.
L’elaborazione dei casi studio permette l’identificazione delle catene associative pensiero irrazionale, emozione disadattiva, comportamento inadeguato.
Su questi presupposti si poggia l’attività formativa: dopo la fase di consapevolezza del proprio modo di agire, le persone elaborano con il contributo del trainer e di tutto il gruppo modelli comportamentali alternativi a quelli abituali. Attraverso la sperimentazione diretta in un contesto protetto e formativo del comportamento alternativo, per le persone cambia anche la valenza cognitiva ed emotiva connessa a quella risposta. In questo modo i partecipanti apprendono come rispondere positivamente a quelle situazioni che prima erano affrontate con disagio.
E’ l’americano David Kolb che nel 1984 ha fatto una sintesi delle ricerche sul processo di apprendimento fondato sull’esperienza, appoggiandosi alle teorie di John Dewey, Kurt Lewin e Jean Piaget.
Imparare è un processo che dura tutta la vita (life long learning). Per questo non ha senso dire che si è imparato tutto ciò che c’è da imparare o che il nostro apprendimento è completato. E’ una spirale che non è mai conclusa.
Nella formazione agli adulti spesso ci si scontra con questa obiezione più o meno velata del tipo “ormai non abbiamo più niente da imparare”.
Ogni anello della spirale ha quattro fasi distinte in ogni ciclo.
- L’esperienza concreta: coinvolgersi pienamente, apertamente in esperienze nuove;
- L’osservazione riflessiva: riflettere su queste esperienze ed osservarle da molte prospettive;
- La concettualizzazione astratta: creare concetti che integrino le osservazioni in teorie di riferimento logicamente valide;
- La sperimentazione attiva: l’ipotesi e le sue alternative vengono testate attraverso l’azione. Il risultato delle ipotesi diventate azione produce delle conseguenze, delle nuove situazioni (o nuovi problemi).
Utilizzando attività che stimolino queste 4 fasi, le persone percepiscono un coinvolgimento attivo del proprio percorso formativo.
La tesi del lavoro di Kolb è che l'apprendimento dall'esperienza è il processo attraverso cui avviene lo sviluppo umano.
Il modello di Kolb è trasversale a tutti gli argomenti di formazione manageriale e di analisi e sviluppo del potenziale per rendere l’esperienza didattica di facile assimilazione per tutti gli stili di apprendimento.
L’approccio psicoterapeutico della Gestalt si sviluppa agli inizi degli anni '50 del secolo scorso, dal lavoro di Fritz Perls (1893-1970). Una delle tecniche principali di Perls è la così detta tecnica della consapevolezza finalizzata ad accrescere in tutti i sensi la consapevolezza delle persone. Sono cinque le domande, ormai diventate classiche, con le quali l’intervento della Gestalt favorisce il processo di autoconsapevolezza:
• "Cosa fa?",
• "Cosa sente?",
• "Cosa vuole?",
• "Cosa evita?",
• "Cosa si aspetta?".
Si parte dallo strato superficiale, ossia il comportamento osservabile (cosa fa?), per poi passare via via agli strati più profondi, ovvero le sensazioni e le emozioni (cosa sente?), e in fine i processi cognitivi e volitivi (cosa vuole?; cosa evita?; cosa aspetta?).
Questo tipo di approccio viene utilizzato per esplorare come le persone giungono a trovarsi nelle medesime situazioni problematiche e come reagiscono ad esse. Un aspetto importante è la concretezza dell’esplorazione nel “qui ed ora” attraverso simulate di autocasi. L’esplorazione avviene nel “qui ed ora” attraverso un approccio direttivo da parte del trainer.
Nell’ambito formativo vengono elaborate attività soprattutto per riscoprire il proprio selfempowerment, autoefficacia e per focalizzare le aree di sviluppo e di talento nel processo di sviluppo del potenziale, nell’analisi propedeutica al coaching.
L'analisi transazionale, nasce sul finire degli anni cinquanta, grazie alle intuizioni dello psicologo canadese Eric Berne.
E’ una teoria della personalità e una psicoterapia sistemica ai fini della crescita e del cambiamento della persona.
In quanto teoria della personalità l’AT fornisce un quadro di come siamo strutturati dal punto di vista psicologico. A questo scopo utilizza il modello degli stati dell’Io, che ci aiuta a capire come funzioniamo e come esprimiamo la nostra personalità in termini di comportamento.
L’AT fornisce anche una teoria della comunicazione. Questa può essere estesa fino a fornire un metodo di analisi dei sistemi e delle organizzazioni.
L’AT offre inoltre una teoria dello sviluppo infantile. Il concetto di copione spiega come gli schemi di vita attuali abbiano origine nell’infanzia.
Berne focalizza l'attenzione sull'io ed elabora una teoria sulla struttura della personalità basata su tre "stati dell'io": Genitore, Adulto e Bambino (GAB) e le diverse modalità di transazione tra gli stati dell’io delle persone coinvolte nell’interazione.
Questi concetti di base, costituiscono un potente bagaglio teorico concretamente utilizzabile per sviluppare le competenze relazionali.
In ambito formativo l’AT viene utilizzata per interventi rivolti a capi di qualsiasi livello sulla gestione dei collaboratori, e sugli stili di leadership, corsi per venditori sulla relazione col cliente, o a personale di front-line sulla relazione di servizio con il cliente, ad operatori telefonici sulla relazione (di vendita o di servizio, a seconda dei casi) con i clienti, a persone che svolgono ruoli di staff sulla comunicazione interpersonale verso il resto dell’organizzazione,ad appartenenti gli uffici acquisti sulla relazione negoziale con i fornitori esterni.
A D. Goleman va il merito di essere andato oltre il tradizionale Q.I. per definire l’intelligenza delle persone.
Essere emotivamente intelligenti significa essere consapevoli delle proprie emozioni e reazioni per saperle sfruttare al momento opportuno. Attingere alle proprie emozioni per ottenere più informazioni e prendere con maggiore consapevolezza decisioni importanti e complesse.
La nuova definizione d’intelligenza emotiva si basa sulla capacità delle persone di avere una vigile auto-consapevolezza, un controllo degli impulsi, la capacità di essere tenaci nel raggiungere i propri obiettivi, la motivazione e l’empatia.
I principi e le procedure collegati all’intelligenza emotiva sono appresi attraverso l’esperienza di questi fattori e l’analisi del loro impatto.
Il training esperienziale utilizza intenzionalmente le emozioni come strumento di apprendimento e potenziamento di tutte le capacità soprattutto legate al “saper essere”.
La Programmazione NeuroLinguistica (PNL) nasce a Santa Cruz, California, nel 1970 dagli studi sulla struttura del linguaggio e della comunicazione condotti dal linguista John Grinder e dal matematico Richard Bandler.
Oggetto di studio privilegiato di questa disciplina è il linguaggio e l’influenza che esso esercita sul comportamento umano.
La parola "Neuro" sta ad indicare che i processi neurologici sono alla base di ogni comportamento umano. La parola "Linguistica" ci suggerisce l'idea che questi processi sono rappresentati da un codice linguistico. Infine la parola "Programmazione" sta a significare che sequenze ordinate di questi processi neurologici hanno come esito uno specifico comportamento.
La valenza pratica di questa disciplina ci permette di “riprogrammare” la nostra mente al raggiungimento della nostra realizzazione personale.
Tutto questo è possibile attraverso la presa di coscienza del potere del linguaggio.
Prestare attenzione alle parole che utilizziamo non solo ci permette di influenzare il comportamento altrui, ma soprattutto il nostro.
La programmazione neurolinguistica ci spinge dunque a concentrare la nostra attenzione in primo luogo su noi stessi, su ciò che siamo, ciò che sentiamo e vogliamo; poiché l’autoconsapevolezza conduce all’autodeterminazione.
Se infatti siamo consapevoli di ciò che siamo, di ciò che vogliamo e di ciò che in noi dovremmo modificare per ottenerlo, possiamo “riprogrammarci” per il raggiungimento di quello scopo, facendo in modo che nella nostra mente sia presente una nuova immagine di noi, l’immagine positiva di quella persona che ha ottenuto ciò che desidera.
Un altro ambito di applicazione della programmazione neurolinguistica è la comunicazione interpersonale, le tecniche di presentazione in pubblico e il coaching.